legno

Tecniche innovative per l’assemblaggio strutturale del legno

L’innovazione consiste nel vedere ciò che hanno visto tutti pensando ciò che non ha pensato nessuno.

Così Albert Szent-Gyorgyi definiva brillantemente il processo d’innovazione in un’epoca (l’inizio del secolo scorso) in cui gran parte delle scoperte moderne dovevano ancora avvenire.

Innovare è in effetti qualcosa che richiede sempre un punto di rottura ma è dove questo avviene rispetto a qualcosa di già esistente, se non di assodato, che si raggiunge la quintessenza di questo processo.

È senza dubbio questo il caso del legno come materiale da costruzione, ambito in cui, grazie a stimoli di varia natura, l’impiego di nuove tecnologie potrebbe presto portare a significativi cambi direzione.

Tecnologie tradizionali per l’assemblaggio strutturale del legno

Classicamente, nella realizzazione di giunti strutturali in legno, si ricorre all’uso di mezzi meccanici (quali chiodi, viti, perni) e/o di incollaggio delle parti da unire.

Ognuna di queste metodologie si presta più o meno a seconda del manufatto da realizzare ma, da un punto di vista generale, presenta anche degli inconvenienti.

I collegamenti meccanici (chiodi, viti e perni) hanno lo svantaggio di riguardare solo una porzione limitata (puntuale) dei materiali da unire e hanno dunque un’efficienza limitata.

D’altro canto l’incollaggio può rappresentare una soluzione efficace ma non è sempre affidabile, soprattutto laddove si debba operare in condizioni ambientali particolari come l’elevata umidità o l’esposizione prolungata a raggi UV.

Va considerato poi l’aspetto non di certo trascurabile della compatibilità ambientale.

Se chiodi, perni e giunti meccanici non rappresentano nella maggior parte dei casi un rischio per la salute e per l’ambiente e, almeno in principio, possono essere rimossi permettendo il disassemblaggio del manufatto per lo smaltimento alla fine della sua vita utile, tutt’altro discorso vale per gli adesivi.

L’adesivo presente nei manufatti incollati rende tali materiali di difficile smaltimento, analogamente, dal punto di vista dell’impatto ambientale, a molti materiali compositi, come la vetroresina ad esempio.

Il rapporto con la salute umana non è migliore.

Dal 1° Gennaio 2016 il regolamento UE N. 605/2014 classifica ufficialmente la formaldeide come cancerogeno di livello 1/B secondo la classificazione CE. La formaldeide è largamente impiegata come collante per il legno e già la UNI EN 13986 impone ad esempio una classificazione dei pannelli usati nella costruzione di interni (come truciolare ed MDF) in base all’emissione di tale sostanza.

Nuove tecnologie per l’assemblaggio strutturale del legno: il Friction welding

È verosimile aspettarsi che il riconoscimento ufficiale della formaldeide come cancerogeno comporti una graduale scomparsa di questa sostanza dai materiali da costruzione, in favore di sistemi di assemblaggio maggiormente compatibili con la salute umana.

Ma non solo: il legno sta tornando per molte ragioni a scalare mercati in cui aveva perso terreno, come l’edilizia o la nautica, settori nei quali ci troviamo a dover affrontare vere e proprie sfide tecnologiche come quella del risparmio energetico e costruzione antisismica da un lato, o lo smaltimento della vetroresina dall’altro, per cui anche l’interesse sui metodi di costruzione con il legno sta tornando un argomento un argomento piuttosto dibattuto.

In base a questa analisi è chiaro l’interesse che potrebbe rappresentare un metodo di assemblaggio strutturale del legno che sia efficace, duraturo, economico ed ecologico.

Nuove opportunità in questa direzione arrivano dal Friction Welding (letteralmente “saldatura per attrito”), una tecnica di saldatura concettualmente molto semplice che permette la coesione delle parti da unire tramite parziale fusione del materiale all’interfaccia, provocata per attrito.

Figura 1: Una fase del processo di friction welding

 Se il principio è semplice, l’applicazione lo è solo indeterminate condizioni: la limitazione principale è dovuta alla necessità di mettere in movimento uno dei due corpi da unire per generare l’attrito necessario alla saldatura. Inoltre il processo permette di saldare soltanto corpi dello stesso materiale e solo materiali che possano affrontare la saldatura senza subire un degrado delle proprietà chimico-fisiche.

Inoltre questa saldatura non può essere realizzata manualmente e in generale un macchinario risulta piuttosto costoso.

Proprio per questo il Friction Welding trova applicazione solo in settori particolari, soprattutto nelle produzioni in serie di manufatti plastici cavi, come i fanali delle automobili, o per pezzi meccanici a bassissima tolleranza.

Recentemente tuttavia il Friction Welding è tornato a suscitare interesse anche per applicazioni che coinvolgono un materiale inusuale quando si parla di saldatura: il legno.

Dal punto di vista chimico infatti il legno è a tutti gli effetti un composito polimerico e, per quanto l’esperienza comune ci suggerisca il contrario, può essere parzialmente fuso e dunque saldato.

La saldatura per attrito del legno avviene mediante un controllo piuttosto accurato della temperatura all’interfaccia tale da permettere la depolimerizzazione di lignina ed emicellulosa evitando la combustione.

I primi lavori in materia risalgono ai primi anni 2000 e riguardano il cosiddetto Linear Friction Welding, in cui cioè la coesione fra le parti da saldare avviene su di una superficie piana, ma questa tecnica non ha mai trovato uno sbocco industriale con questo materiale per le limitazioni già illustrate.

Molto più promettente è invece una variante di recente studio detta Rotational Friction Welding, dove le parti da unire sono giuntate mediante l’inserzione di una spina di legno, saldata per attrito, in un alloggiamento che interessa il giunto.

Con questa tecnica è possibile superare la maggior parte delle limitazioni del Friction Welding ottenendo un’ampia versatilità applicativa. In particolare l’utilizzo di spine elimina la necessità di portare in vibrazione una delle parti da saldare nella sua interezza, aprendo la strada ad applicazioni su manufatti anche di grandi dimensioni.

Il Rotational Friction Welding del legno è ancora in una fase prototipale ma gli studi effettuati hanno dimostrato ottime caratteristiche di robustezza dei giunti ottenuti con questa tecnica, che sono completamente ecologici, omogenei con il materiale di base e, in caso di necessità, permettono il disassemblaggio mediante foratura della spina.

In altri termini questa tecnica promette di unire, negli assemblaggi strutturali, i vantaggi dell’uso di componenti meccanici con quelli dell’incollaggio, ma evitando gli inconvenienti di entrambe le soluzioni classiche.

Attualmente il Rotational Friction Welding è oggetto di studio e test da parte di diversi soggetti sia pubblici che privati e, con il crescente ritorno del legno come materiale da costruzione in un mercato sempre più attento alle problematiche ambientali e correlate alla salute, è ragionevole aspettarsi che nei prossimi anni questa tecnica si affermi nella realizzazione di manufatti strutturali in legno.

Filippo Micheletti

APPLICAZIONE: Il progetto Blue Ocean Boat

Crowdfunding: l’opportunità equity-based in Italia

L’equity-based Crowdfunding

Si parla e si scrive molto in tutto il mondo e anche in Italia del crowdfunding, non solo come strumento finanziario abbinato ad una campagna di comunicazione in grado di realizzare progetti e prodotti, ma anche e sempre di più come concreta opportunità per piccole e medie imprese di costituire capitale sociale. Anche in questo caso la comunicazione è fondamentale, perché attirare flussi di denaro, o anche più semplicemente, parlare di qualcosa che ancora non esiste è più complicato rispetto a farlo per qualcosa di già realizzato.

Stiamo parlando di equity-based crowdfunding, un mercato vastissimo nel mondo, che timidamente si sta diffondendo anche nel nostro paese.
L’equity-based differisce dal più famoso reward-based sia per la funzione sia per la fruizione, tanto che possiamo affermare che i due sistemi per ora non hanno molto in comune sia dal lato progettista sia dal lato finanziatore. Le somme che si muovono in equity-based sono ovviamente più alte rispetto ai volumi del reward-based, dal momento che l’equity è utilizzato fondamentalmente per costituire aziende.

L’equity-based consiste infatti nell’impiego del crowdfunding per la formazione di capitale di una società che, di fatto, sollecita il pubblico risparmio.
Questa pratica è mediata da piattaforme dedicate che suddividono il progetto in quote di valore uguale. Ognuna di queste piccole quote sarà offerta al mercato dei finanziatori come un’azione. Più semplicemente l’equity-based crowdfunding è la pratica secondo la quale il progettista, in cambio di un finanziamento, cede una quota dell’oggetto della campagna di crowdfunding a ciascuno dei suoi finanziatori. L’oggetto può anche essere una società appena costituita o una start-up.

Dalla sua nascita l’equity-based si è mosso in molti paesi in una zona grigia, tra buchi normativi che ne hanno permesso una certa diffusione. Negli ultimi anni però in quasi tutti i paesi si è normata la pratica, aprendo di fatto nuove strade e nuove possibilità a molteplici player.
L’equity-based può essere messo in opera secondo tre modelli:
1) club model : i finanziatori fanno parte di un club privato che viene costituito per operare degli investimenti. In questo modo le azioni dei progetti non vengono offerte a tutto il pubblico, ma solo agli iscritti al club;
2) holding model : i finanziatori si consociano in una holding strumentale. Sarà poi questa persona giuridica e non il singolo a effettuare l’investimento;
3) raccolta di sottoscrizioni : una volta presentato il progetto con le garanzie della sollecitazione del pubblico risparmio, i finanziatori sottoscrivono online le quote o le azioni offerte e diventano a tutti gli effetti soci di chi ha proposto il progetto. Questo modello, considerato il più sicuro per il pubblico, è quello scelto dagli Stati Uniti e dall’Italia.

 

La normativa italiana sull’equity-based crowdfunding

La normativa italiana sull’equity-based in Italia è stata recentemente elaborata dalla CONSOB, emanata e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.
Questa nuova regolamentazione apre la raccolta online di capitale di rischio emesso da start-up innovative/tecnologiche.

La raccolta di capitale di rischio da parte delle imprese (equity crowdfunding) tramite Internet costituisce una sollecitazione di pubblico risparmio che determina, in quasi tutte le giurisdizioni, problemi giuridici non indifferenti, ma offre significative opportunità. Negli USA l’amministrazione Obama ha adottato una specifica normativa (denominata JOBS Act) nell’aprile 2012 e ha delegato alla SEC un regolamento di attuazione che ha risposto positivamente alle grandi attese suscitate.

Il proposito dichiarato del crowdfunding è quello di far crescere l’economia, sviluppare la microimpresa e generare posti di lavoro. In questa materia l’Italia si pone all’avanguardia: l’equity crowdfunding è stato regolamentato dal c.d. Decreto Crescita 2.0 (D.L. 179 del 18 ottobre 2012, convertito con modificazioni nella L. 221 del 17 dicembre 2012, art. 30) che, tra l’altro, ha inserito nel D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58 (Testo Unico della Finanza – T.U.F.) i commi 5 novies e 5 decies dell’art. 1, gli artt. 50 quinquies e 100 ter , e ha modificato l’art. 190.

Un’intera sezione del Decreto contiene Misure per la nascita e lo sviluppo di imprese startup (articoli da 25 a 32). L’art. 9, comma 16, del D.L. 76 del 28 giugno 2013 ha poi introdotto delle modificazioni all’art. 25 del Decreto Crescita 2.0 limitatamente ai requisiti delle start-up innovative.

Il Decreto ha delegato l’elaborazione della normativa di attuazione alla CONSOB che, all’esito di una pubblica consultazione, ha adottato l’atteso regolamento con delibera n. 1592 del 26 giugno 2013, pubblicata in G.U. il 12 luglio 2013 (di seguito Reg. Crowdfunding).

L’Italia è dunque il primo Paese al mondo a dotarsi di una normativa organica sull’equity crowdfunding, che peraltro è estremamente competitiva rispetto agli USA e apre quindi un appetibile mercato per la capitalizzazione delle imprese.

Il crowdfunding deve essere realizzato tramite apposite piattaforme online che possono essere di due tipi:
a. piattaforme web ordinarie;
b. piattaforme web gestite da banche e società di investimento.
Mentre le prime sono soggette a un obbligo di registrazione nell’apposito Registro tenuto dalla CONSOB, e sono tenute al rispetto di una serie di requisiti di onorabilità e professionalità, le seconde vengono semplicemente annotate in una sezione speciale del Registro, in quanto già autorizzate a svolgere in via ordinaria attività di sollecitazione di pubblico risparmio.
Inizialmente le piattaforme web ordinarie potevano gestire in autonomia operazioni di crowdfunding solamente per investimenti minimi, vale a dire fino a 500 euro se l’investitore era una persona fisica e fino a 1000 euro se era una persona giuridica. A detti valori si sovrapponeva anche un limite annuale rispettivamente di 1.000 e 10.000 euro. (vedremo più avanti come siano state ulteriormente aumentate le possibilità).
Per tutti gli altri casi le piattaforme web ordinarie dovevano collaborare da subito con banche o società di investimento, che avrebbero in primis curato la parte esecutiva dell’investimento, applicando le procedure MIFID, valutando il profilo di rischio dell’investitore, curando l’incasso e le procedure previste dalla normativa antiriciclaggio.

Anche qui vedremo in seguito come l’ultimo aggiornamento della normativa abbia aumentato le possibilità e le frecce all’arco delle neo costituite start-up, svincolandole da alcune limitazioni. Banche o società di investimento possono invece gestire in autonomia anche l’intero processo, dotandosi di apposite infrastrutture web.

In questo modo l’Italia ha dato una risposta molto solida agli interrogativi emersi in varie parti del mondo circa le procedure da seguire, la protezione del consumatore, i rischi di riciclaggio. Al contempo ha lasciato libero mercato ai soggetti che vorranno creare delle strutture per svolgere iniziative di crowdfunding. Banche o società di investimento hanno invero un ruolo anche nel caso degli investimenti minimi, poiché alla piattaforma di crowdfunding è vietato detenere denaro o strumenti finanziari di terzi: sarà necessario aprire un apposito conto a nome della società che propone l’investimento, con un vincolo di indisponibilità della provvista sino a conclusione del crowdfunding.

L’equity crowdfunding è ammesso per le start-up innovative, iscritte nell’apposita sezione del Registro delle Imprese, come previsto dall’art. 25 del Decreto Crescita 2.0. La start-up innovativa è una società di capitali di diritto italiano oppure una società europea costituita ai sensi del Regolamento comunitario n. 2157 dell’8 ottobre 2001 che sia residente in Italia (ai sensi dell’art. 73 D.P.R. 22 dicembre 1986 n. 917). I requisiti che la caratterizzano hanno le maglie piuttosto larghe, perciò risulta abbastanza agevole qualificare una start-up come innovativa. I finanziatori sono particolarmente tutelati con una serie di diritti di recesso, oltre che da informative e processi di investor education finalizzati a evidenziare la rischiosità dell’investimento in start-up innovative.

I processi che hanno portato nel 2013 alla pubblicazione delle normative, in Italia come in altri Paesi, sono stati accelerati dalla paura che la deregulation, in un momento di forte espansione del crowdfunding, avrebbe potuto aprire le porte a un esercito di truffatori e alla criminalità organizzata. I criminali, attraverso il web, avrebbero l’occasione di sottrarre soldi ai piccoli risparmiatori, di architettare truffe ai danni di investitori medi e grandi e di riciclare proventi illeciti diventando essi stessi investitori. Va detto che buona parte degli addetti ai lavori e anche degli accademici di economia che si sono espressi in merito a questo genere di rischi ritiene a priori che, per fare i loro imbrogli, i lestofanti di cui sopra se la cavino benissimo con i sistemi finanziari ed economici in uso.

È poi opinione diffusa tra i tecnici del crowdfunding che probabilmente si riscontrerebbero difficoltà ad affinare pratiche nocive per la comunità in un ambiente così partecipato e controllato dagli utenti come è l’habitat dei nuovi sistemi di finanziamento. Questo non toglie che le regole siano necessarie, soprattutto se orientate ad aprire la partecipazione e ad ampliare le opportunità per tutti. In molti auspicano a questo proposito che in futuro possano essere semplici, accessibili e inclusive.

 

Interesse e sviluppi del crowdfunding

Un dato da tenere presente è l’interesse che il fenomeno, fin dalla sua comparsa, ha suscitato nei decisori. Negli USA Obama, dopo aver utilizzato nel 2008 il crowdfunding per finanziare la sua campagna elettorale, sta regolamentando il fenomeno a tappe forzate. In Italia, già ai tempi del governo Monti, il ministro Passera, all’interno del Decreto sviluppo e in chiusura di legislatura, chiese alla Consob di regolamentare il crowdfunding, avviando quel processo che ha poi portato a varie tappe alla legge odierna.
È piuttosto evidente come nel mondo i grandi apparati economici e politici abbiano capito che dal web stanno arrivando non più solo “mi piace” e “ti seguo”, ma anche istanze economiche, nello specifico espressione di vere e proprie comunità economiche tematiche. Di conseguenza è nata la necessità di creare una legislazione solida ed inequivocabile.

Se da una parte si manifesta la legittima esigenza, su cui pongono il focus soprattutto le banche e le SIM (Società di Intermediazione Mobiliare), di tutelare giustamente i finanziatori, dall’altra dovrebbe essere tenuto presente che a oggi non esiste un singolo caso di truffa eclatante nella pur breve storia del crowdfunding. Il vaccino contro i virus dell’utilizzo improprio è da ricercarsi tra gli anticorpi che il crowdfunding in questi anni ha sviluppato e che sono il prodotto delle esperienze di centinaia di migliaia di utenti, piuttosto che nel corredo di leggi a tutela dell’investitore tradizionale che in verità ha caratteristiche per ora molto differenti da quelle proprie all’investitore web.

Ultimamente il regolamento sull’equity-based italiano è stato inoltre rivisto nell’ottica di abbassare il più possibile gli oneri per gli operatori. Gli investimenti di piccole somme di denaro; investimenti inferiori ai 500 Euro e 1000 Euro l’anno, mentre 10.000 Euro l’anno per le persone giuridiche risultano infatti esenti dalla direttiva MiFID.
Inoltre, le startup innovative da oggi potranno accedere al crowdfunding senza obbligatoriamente avere un investitore professionale al momento dell’emissione, (sarà però obbligatorio averlo in conclusione di campagna). Considerato in ultimis l’allargamento dei criteri d’iscrizione al registro delle startup innovative qualunque startup nel campo ICT e Internet può iscriversi al Registro delle Startup a prescindere dalla vocazione sociale che è in grado di esprimere.
Il fatto che la disciplina delle offerte attraverso le piattaforme di crowdfunding permetta la vendita di strumenti finanziari emessi da start-up innovative per un corrispettivo che può arrivare fino a 5 milioni di euro apre le porte ad un utilizzo più maturo e massiccio dello strumento crowdfunding, per quei soggetti innovativi che fino ad oggi hanno trovato il passo sbarrato in ambito stock option e sollecitazione al pubblico risparmio.

 

Dal Blog vedi ancheIl Crowdfunding per lo sviluppo dell’impresa“, di Toni Compagno, 6 Luglio 2016.

 

Il Contratto di rete. Profili e vantaggi

 

Gli elementi fondamentali

La rete di impresa è un accordo formalizzato nel “contratto di rete” attraverso il quale due o più imprenditori perseguono lo scopo di accrescere, individualmente e collettivamente, la propria capacità innovativa e la propria competitività sul mercato, obbligandosi reciprocamente nell’ambito di un programma condiviso (art. 3 comma 4-ter d.l. n. 5 del 2009 conv. dalla l. n. 33 del 2009).

Ciò che caratterizza il contratto di rete, e lo contraddistingue rispetto agli altri modelli tipici adoperati dagli attori economici, come consorzi e associazioni temporanee di imprese, è proprio il riferimento ad un programma comune, che vincola reciprocamente le imprese a collaborare in forme ed ambiti predeterminati attinenti all’esercizio della propria attività, a scambiarsi informazioni o prestazioni, ma anche ad esercitare in comune una o più attività rientranti nella propria impresa.
Nella flessibilità si riscontra la novità principale dello strumento, in quanto il contratto di rete lascia ampio spazio all’autonomia delle parti, permettendo agli imprenditori di esercitare in comune attività di impresa e, allo stesso tempo, consentendo loro di salvaguardare la loro individualità, creando valore per l’azienda stessa. Una flessibilità che sembra massimamente adatta alle piccole e medie imprese, consentendo loro di combinare in modo ottimale le risorse necessarie a competere a livello globale.

Dal punto di vista dell’oggetto, il contratto di rete regola la collaborazione tra imprese, oppure lo scambio di informazioni e/o prestazioni. La formula del contratto di collaborazione si riferisce a quelle fattispecie in cui il contenuto delle prestazioni dei partecipanti non sia perfettamente definibile a priori, ad esempio nei casi in cui le parti devono collaborare su un nuovo prodotto da immettere sul mercato o su un nuovo processo che possa conferire maggiore competitività. Il caso tipico è quello dell’ attività di ricerca svolta direttamente o affidata in outsourcing a soggetti specializzati. Nel caso dello scambio delle informazioni e/o prestazioni invece le parti conferiscono una prestazione i cui contenuti possono essere relativamente standardizzati.

Sotto il profilo soggettivo, il contratto di rete deve essere sottoscritto da almeno due imprenditori, secondo la definizione codicistica , incluse le imprese sociali e quelle operanti con la forma giuridica di enti senza scopo di lucro. È permessa la partecipazione di imprese di qualsiasi dimensione e senza limitazioni relative a forma giuridica, settore merceologico, localizzazione. Restano invece esclusi gli enti pubblici non aventi ad oggetto lo svolgimento di attività di impresa, anche se possono certamente aversi forme di collaborazione, soprattutto in materia di innovazione e trasferimento tecnologico, tra le imprese in rete e gli enti di ricerca in sede di esecuzione del contratto di rete.

Il contratto di rete presenta una struttura essenzialmente “aperta”, consentendo la possibilità di nuovi ingressi nella Rete, successivamente alla sua prima formalizzazione, e anche eventuali recessi in modi e tempi e rapidi.
La durata del contratto potrà essere breve, media o lunga, in funzione della natura degli obiettivi da conseguire e dalle attività oggetto del programma comune; è sufficiente che abbia una durata tale da raggiungere obiettivi specifici.

Il contratto deve contenere alcuni elementi obbligatori, tra i quali:
 Obiettivi strategici di innovazione ed innalzamento della capacità competitiva dei partecipanti;
 Modalità stabilite per valutare il raggiungimento degli obiettivi;
 Programma di rete, con diritti ed obblighi di ciascun partecipante
Per quanto riguarda la forma, il novellato art. 3, comma 4-ter, del D.L. n. 5/2009 ha previsto che il contratto di rete può essere redatto non solo per atto pubblico o per scrittura privata autenticata, ma anche per atto firmato digitalmente, mediante smart card o certificato di firma, da ciascun imprenditore o legale rappresentante delle imprese aderenti. Il documento così redatto dovrà poi essere trasmesso “ai competenti uffici del registro delle imprese mediante il modello standard tipizzato con Decreto del Ministro della giustizia di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro dello sviluppo economico”.

 

Gli elementi imprenditoriali

Il programma comune rappresenta il cuore del contratto di rete, ed ha una valenza originariamente industriale prima che giuridica, poiché aderisce alle rispettive attività economiche dei soggetti, e al loro combinarsi in funzione imprenditoriale, assumendo infine una formalizzazione giuridica vera e propria. È fondamentale che nel programma vengano enunciati con precisione i diritti e gli obblighi assunti da ciascun partecipante.

I mutamenti introdotti dal d.l. 31 maggio 2010 n. 78, conv. con modif. dalla l. 30 luglio 2010, n. 122 (c.d. Manovra correttiva), hanno reso facoltativa l’istituzione di un fondo patrimoniale e di un organo comune. Si potranno pertanto creare forme di gestione più o meno leggere, distinguendo tra ciò che è rimesso alle singole parti e ciò che è affidato ad una gestione amministrativa collegiale.

Una volta vinte le diffidenze iniziali, il contratto di rete sta iniziando ad essere usato sempre piu dalle imprese, soprattutto medio-piccole. Tra i molti vantaggi, certamente il più apprezzato è la possibilità per i soggetti aderenti di mantenere la propria autonomia senza dover obbligatoriamente dar vita ad un nuovo soggetto giuridico. In tal modo le imprese possono competere condividere costi e conoscenze che consentano loro di investire in progetti di ricerca utili alle rispettive attività. Gli aderenti alla rete potranno focalizzare l’attenzione e le risorse sui propri tratti distintivi, indirizzando in modo mirato gli investimenti e, conseguentemente, migliorare qualità e gamma d’offerta. E’ ciò che il legislatore indica quale scopo ultimo del contratto di rete, quello di “accrescere individualmente e collettivamente la capacità innovativa e la competitività sul mercato”.

Anche ai fini fiscali, le aziende associate in rete mantengono la loro autonomia contabile. Tuttavia l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che la rete ha la possibilità di dotarsi di un proprio codice fiscale, richiedibile con la presentazione del modello AA5/6 (circolare 70/e del 2011).

 

Soppesare gli interessi

Sotto il profilo dei rapporti che coinvolgono i soggetti aderenti alla rete, occorre cautelarsi contro possibili condotte opportunistiche o inappropriate, individuando gli strumenti più idonei a prevenirle.
Il rischio si diversifica a seconda della tipologia di rete: in quelle caratterizzate da un cospicuo scambio di informazioni strategiche, tipico nel settore dello sviluppo di nuove tecnologie, problemi potrebbero derivare dalle modalità di condivisione delle conoscenze, qualora la gestione dei diritti di proprietà intellettuale non correttamente individuata e regolamentata.
Altri rischi potrebbero essere connessi alla omogeneità merceologica delle imprese aderenti: se i partecipanti producono beni in parte sostituibili, potrebbero riscontrarsi condotte quali la sottrazione sleale di clienti o di personale ad un’impresa aderente alla stessa rete. Al fine di arginare tali comportamenti e prevenirli, potrebbe essere utile l’adozione di accordi di tipo “equity”, caratterizzati dalla condivisione del capitale sociale da parte dei partecipanti.
È inoltre da considerare il rischio che la distribuzione di profitti in base all’apporto di ciascun partecipante non sia equilibrata.

Tutti questi profili di rischio menzionati richiedono una regolamentazione attenta dei diritti e degli obblighi contrattuali, che rifletta una corretta ed equilibrata ripartizione tra gli aderenti alla rete.
Ulteriore vantaggio dell’aderire ad una rete di impresa coinvolge l’aspetto delle assunzioni. L’articolo 30 comma 4-ter del D.lgs 276/2003, infatti, ha introdotto l’istituto della codatorialità, consentendo l’utilizzo promiscuo del personale da parte di tutti i datori di lavoro cointeressati, sempre nel rispetto dei limiti dettati dal contratto di rete stesso. Dunque, anche grazie all’utilizzo della gestione flessibile dei rapporti di lavoro potranno essere raggiunti più facilmente gli obiettivi strategici di sistema per implementare i livelli desiderati di efficienza produttiva, organizzativa e di qualità.

Il crowdfunding per lo sviluppo dell’impresa

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Modelli di crowdfunding

Il crowdfunding si sta lentamente diffondendo come modalità di finanziamento alternativo. Nato dalla rete a sostegno di progetti creativi o imprenditoriali, il crowdfunding è un fenomeno i cui successi si contano po’ dappertutto nel mondo, ma in l’Italia ha trovato il primo caso di regolamentazione, a tutela dei finanziatori.

Il problema a cui il crowdfunding offre una soluzione e’: come può l’impresa finanziarsi in maniera alternativa alle banche? Di fronte alle restrizioni del credito bancario, anche in Italia si invoca una evoluzione in direzione analoga a quanto avviene nei mercati finanziari più evoluti, in cui le piccole e media imprese sostengono la propria crescita attraverso una gamma di strumenti: minibond, private equity, venture capital, e appunto crowdfunding.

Nella pratica si sono affermati diversi modelli di crowdfunding, ciascuno diverso per il tipo “patto” che realizza on-line tra finanziatore e finanziato:

1) La donazione. Il progettista presenta la sua idea e raccoglie libere donazioni da parte dei supporter (che in alcuni casi possono essere ricambiate ricompense simboliche, vedi punto 2 seguente). Adatto a campagne di impatto ideale, e a anche a sostenere piccole buone idee capaci di suscitare simpatia e adesione. Esempi: le donazioni a favore degli sviluppatori di software libero, le donazioni a favore di Wikipedia, ecc.

2) La ricompensa. Il finanziatore riceve una ricompensa, che può essere simbolica (un piccolo gadget) o meno. Nel primo caso siamo ancora nell’ambito della donazione, seppur gravata da un obbligo non comparabile (donazione modale, nel codice civile). Nel secondo caso siamo in un contratto con prestazioni equivalenti, simile alla vendita di cosa futura.

In altri casi la ricompensa può consistere in una quota di partecipazione agli utili dell’impresa (royalty), in relazione ad uno specifico progetto. Questo modello si qualifica giuridicamente nel diritto italiano come “associazione in partecipazione”.

3) Le quote o azioni della società. Si finanzia l’impresa entrando direttamente nel capitale, cioè acquistandone quote o azioni della società. E’ questa la forma di crowdfunding (equity crwodfunding) che è stata regolata in Italia, a tutela dei finanziatori, anche perché sono in gioco volumi più importanti di risorse.

4) Il prestito. In questo caso si finanzia il singolo progetto scelto tra quelli disponibili in piattaforma, in cambio di una remunerazione finanziaria. Oppure il prestito puo essere rivolto al veicolo che raccoglie il risparmio, il quale poi lo trasferisce ai mutuatari, in tal caso assorbendo i rischi di perdita del capitale dei singoli prestatori.

Finanziare lo sviluppo aziendale

L’equity-based e il royalty-based sono le modalità di crowdfunding più adatte per finanziare la crescita aziendali: il primo rivolto all’espansione della impresa nel suo insieme; il secondo volto a fornire risorse a specifiche i progetti, che possono riguardare la ricerca e sviluppo di nuovi prodotti, processi o mercati, la messa in comune di servizi in rete tra imprese, l’avvio di operazioni commerciali all’estero ecc.

Attraverso il crowdfunding si può dunque diventare azionisti di una società di capitali. L’ Italia ha posto dei vincoli a questo proposito, consentendo lo svolgimento della raccolta solo alle piattafomre gestite da istituti di credito o a portali professionali attraverso una procedura di accreditamento.

Il crowdfunding è può essere particolarmente indicato per il finanziamento delle start-up sorte attorno ad un singolo prodotto tecnologico, che si rivolge agli utenti della rete per cercare un sostegno altrimenti difficile da trovare attraverso i canali tradizionali. Tuttavia tra i motivi di successo di campagne di crowdfunding riuscite non di rado si trova l’adesione di investitori istituzionali.

Fondamentale per la riuscita della campagna è la scelta della piattaforma, la presentazione dei contenuti digitali, la strategia di bonding e bridging, la media outreach: in poche parole l’organizzazione strategica e operativa di web-marketing.

La Cantieristica nautica in Toscana

 

La filiera della nautica in Toscana(1)

La nautica da diporto è un industria di primaria importanza in Toscana, che detiene tra le prime aziende mondiali. Il settore è in crisi ma ancora forte, per numero di occupati, numero di imprese, fatturato. Investimenti sono in corso, e le aree cantieristiche a Pisa e Livorno sono in rilancio.

Punto centrale della filiera è il cantiere nautico, luogo di arrivo e assemblaggio di una pluralità di operatori specializzati in fasi specifiche della lavorazione.

A monte:

  • Acquisizione commessa, brokeraggio, fiere, eventi.
  • Progettazione nautica, architettura arredamento.
  • Impiantistica elettrica idraulica, elettronica di bordo.
  • Arredamenti. Mobili, allestimenti complementi d’arredo.
  • Motori e sistemi di propulsione, vele, propulsori meccanici.
  • Materie prime eliche, pale metalliche, vernici, materiali da costruzione.
  • Trasporti e consegne

A valle:

  • Rimessaggio e manutenzione.
  • Noleggio, patenti nautiche, compravendita, porti, agenzie turistiche.

Tutte, o quasi, le attività a monte della filiera sono luoghi – cluster produttivi – in cui si può produrre e trasferire l’innovazione tecnologica al settore nautico: nuove tecnologie dei materiali degli scafi, innovazioni aerodinamiche, tecnologie di costruzione, domotica, sistemi di navigazione e guida, ecc.

La localizzazione prossima al mare e’ importante in alcune fasi di lavorazione, meno in altre. Alcuni soggetti del cluster della nautica possono essere localizzati anche lontano dalle zone costiere (si pensi ad i mobilifici che producono gli arredamenti per gli yacht).

Dunque i benefici di un settore nautico florido impattano in maniera importante nell’economia toscana, anche perché la nautica da diporto lavora su prodotti ad alta intensità tecnologica e alto valore aggiunto, alimentando in tal modo ricerca e sviluppo dedicati.

Il distretto nautico toscano è articolato in tre aree:

  • Viareggio-Massa Carrara (“grande nautica”).
  • Pisa (in espansione) e Livorno.
  • Argentario-Grosseto (imprese di piccole dimensioni, “piccola nautica”)

La filiera è presente anche nelle aree interne limitrofe, per esempio nel Valdarno inferiore (mobile e design).

La base della competitività delle aziende del settore risiede in un insieme di fattori locali e globali. Le imprese beneficiano di un know-how storicamente radicato e presente anche presso piccoli sub-fornitori. Nello stesso tempo si attinge anche a innovazioni tecnologiche codificate (ricerca e sviluppo, in alcuni casi proveniente da altri settori industriali, locali, regionali nazionali e internazionali).
Scarse sono le interazioni con le Univestità, e pochi i progetti sviluppati in partenariato (Pisa e Genova).

Il settore è fortemente orientato all’esportazione, in Europa ma anche verso gli Stati Uniti.

Lo sviluppo dela settore passa attraverso l’irrobustimento dei saperi locali e la connessione coi i network globali. Occorre puntare su formazione mirata, miglioramento delle infrastrutture e dei contesti di insediamento, incremento degli investimenti in ricerca.

Con riguardo alla rete di fornitura, le aziende del settore nautico registrano diversi problemi, e alcune opportunità:

  • calo generale dei fatturati;
  • difficoltà a reperire mano d’opera qualificata (verniciatori, carpentieri, falegnami, meccanici);
  • difficoltà a reperire fornitori esclusivi che lavorino dentro il cantiere, per un maggior controllo della produzione e della spesa;
  • previsione di partenariati con i fornitori per integrare processi produttivi e collegamenti logistici;
  • necessità di investire in ricerca e sviluppo, e in sistemi di supply chain management.

Con riguardo alle azioni positive per il settore, le aziende del settore nautico invocano:

  • il miglioramento e incremento delle infrastrutture portuali (più posti barca per imbarcazioni di grandi dimensioni, potenziamento delle vie d’accesso a sostegno delle attività di costruzione e riparazione delle imbarcazioni);
  • la risolulazione del problema dei bassi fondali;
  • il potenziamento dei network della nautica, per ottenere specifici servizi all’innovazione e al trasferimento tecnologico e collaborazione con centri qualificati;
  • lo sviluppo di alcuni porti-sistema intorno a cui valorizzare la nautica da diporto in maniera interdipendente;
  • la semplificaizone delle procedure burocratiche amministrative, affinché le società armatrici straniere possono trovare gestibile l’attività in area italiana.

Le istituzioni possono creare le condizioni per azioni di sistema, fornendo servizi qualificati al tessuto imprenditoriale, anche agevolando la un’offerta di servizi che spesso sono lontani dalla costa. E’ necessario potenziare le infrastrutture logistiche e virtuali-informatiche tra i diversi nodi e diversi attori di questa rete regionale, e condividere know-how, capitale tecnologico e modelli produttivi tra cantiere committente e PMI sub-fornitrici.

Le aree di sviluppo aziendale più promettenti sono quelle relative sistemi informativi e di controllo, al marketing e comunicazione, alla ricerca e sviluppo.

 

La politica regionale della nautica(1)

Le ricerca, gli studi e i documenti di programmazione sono concordi nel ritenere che portualità turistica e cantieristica navale siano settori strategici per la Toscana, in grado si sostenere sviluppo economico di valore.

Tuttavia i settori incontrano una perdita di competitività, dovute alla carenza quantitativa e qualitativa di servizi che potenziano la capacità di esportare. E’ necessario potenziare un terziario a piu’ elevato contenuto innovativo, valorizzare le eccellenze e qualificare beni e servizi. In generale, l’economia del mare deve porsi l’obiettivo andare oltre le ricadute di crescita sul settore edile e immobiliare, commercio, alberghi e ristoranti.
Il turismo nelle aree costiere dovrà qualificare le infrastrutture funzionali ad un equilibrato sviluppo di un’industria turistica maggiormente integrata col patrimonio ambientale e culturale.

L’indicazione è, in un periodo più lungo, l’ampliamento controllato e selettivo dei posti barca. Aumentare le infrastrutture destinate alla nautica da diporto è possibile, pur nel quadro di una programmazione sostenibile rispettosa delle ricadute ambientali e sociali, che sappia individuare:

  • dove aumentare i posti barca;
  • se e dove aumentare e dovei posti destinati ai megayacht;
  • dove incrementare l’offerta per imbarcazioni di minori dimensioni
  • dove incrementare la nautica sociale, ad uso locale).

L’espansione portuale integrata con le attività turistiche è la strategia che si ha a disposizione per attrarre nuovi insediamenti produttivi e attività. Le infrastrutture portuali turistiche toscane per la maggior parte sono quantitativamente sottodimensionate, e hanno un livello di servizi migliorabile. Ma occorre agevolare e indirizzare le singole attività portuali tra loro e queste con gli altri attori, sia della filiera nautico-cantieristica, sia del sistema turistico nel suo insieme, della costa e dell’entorterra (enogastronomico, culturale). .

Queste, in sistesi, la richieste che il settore rivolge alla Regione Toscana:

  • facilitare dal punto di vista amministrativo e procedurale gli investimenti locali, entro un quadro di coordinamento regionale;
  • sviluppare l’integrazione delle iniziative turistiche tra diversi attori (gestori portuali, rappresentanze imprenditoriali, Comuni, ecc.);
  • agevolare l’aggregazione dell’iniziativa privata (es. offerta sinergica di servizi, gruppi di acquisto di area vasta, costituzione di consorzi per diminuire i costi di gestione delle strutture);
  • favorire integrazione tra sistema portuale e sistema cantieristico, abbattere le speculazioni sugli spazi).
    politiche regionali per la formazione.

(1) Questo articolo trae le informazioni da Portualità turistica e nautica da diporto in Toscana. Analisi delle dinakmiche strategiche e degli impatti socio-economici (a cura di I. Cavallini, 2013).

La portualità turistica tra sviluppo e sostenibilità

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Porti turistici nemici dell’ambiente?

Costruire nuovi porti turistici è davvero un’occasione importante per contribuire a rilanciare le economie regionali?

E’ un tema che suscita opinioni contrastate: da una parte gli amanti del mare, dall’altro gli ambientalisti; da un lato coloro che considerano la nautica da diporto un hobby da ricchi, dall’altro chi la considera l’espressione assolutamente contemporanea di un pezzo della cultura marinara del paese, profondamente radicata nelle sue tradizioni più antiche.

Allora, come approcciarsi al tema? Come disporsi di fronte alla crescita del mercato della nautica da diporto, e al contempo essere certi di non sacrificare agli affari e al cemento la bellezza delle coste naturali? Proviamo a introdurre  le questioni in gioco sul tema della portualità turistica.

Da diversi anni l’Europa sottolinea ruolo fondamentale dei porti per lo sviluppo economico la prosperità e l’occupazione. Nel continente il transito delle merci verso i paesi terzi passa per i porti per il 90%. Quasi la metà della popolazione europea vive sulle coste. Circa 1200 porti sono localizzati lungo i circa 100.000 Km di costa europea(1).

La politica portuale deve essere sostenibile: occorre intervenire per ridurre le emissioni inquinanti dei natanti e delle infrastrutture portuali; per una una gestione corretta dei rifiuti, e delle acque reflue; per affrontare la trasformazione delle aree in funzione del decongestionamento dei centri urbani. Occorre agire su molti versanti, dentro i porti e sul mare.

E’ necessario poi conciliare attività portuale e la cultura, il turismo del mare con lo sviluppo urbanistico e del territorio.

Sono queste le indicazioni espresse dalla Commissione europea in un importante documento strategico di qualche anno fa (Comunicazione della Commissione sulla politica europea dei porti, del 18.10.2007).

 

Trasformazione e gestione

Il trasporto marittimo si trasforma. I vecchi porti commerciali delle città sono sempre meno adeguati ad ospitare le infrastrutture logistiche per la movimentazione delle merci, a causa della mancanza di spazi. Ne consegue la tendenza a dismettere spazi e magazzini situati sul waterfront urbano. E dunque una occasione di trasformazione a vantaggio dei porti turistici.

La portualità turistica è quella dedicata alla nautica da diporto, e ha un suo specifico carattere e problematiche tipiche. E’ un settore che appartiene alla categoria più generale della portualità, e allo stesso tempo a quella del turismo.

Un porto turistico ben funzionante è quello integrato in un sistema di rotte e porti ben raggiungibili, e collegati con le risorse delle regioni dell’entroterra. Se è difficile pensare a forme di gestione congiunta in larga scala, modalità di coordinamento e di condivisione delle informazioni tra i i nodi della rete (porti d’armamento, porti di transito, porti rifugio), e col territorio, potrebbero consentire un affinamento dell’offerta di circuiti nautici e terrestri nei termini delle politiche di marketing territoriale, o anche delle politiche di filiera.

Esiste comunque un contesto istituzionale, giuridico e socio-economico, particolarmente denso, in cui sono inseriti i porti. In Italia la pianificazione dei porti spetta alla Regione, con la partecipazione degli enti locali territoriali. Altri soggetti sono coinvolti nel sistema-porti sono:

  • le autorità marittime (Capitanerie di porto, e Autorità portuali laddove esistono);
  • le comunità locali e le loro associazioni, portatori di tematiche e interessi collettivi;
  • il mercato.

I Comuni sono presenti in alcuni casi come soggetti gestori (in società miste pubblico private) dei porti turistici, detenendo quote di società miste pubblico-private.

 

La progettazione multidiciplinare del porto turistico

Progettare/riprogettare porti richiede contributi multidisciplinari, provenienti da ingegneria idraulica e navale, urbanistica, architettura, tutela del paesaggio, scienze ambientali, biologia marina, diritto amministrativo, scienze economiche e aziendali.

Il porto turistico è una infrastruttura che ha un notevole impatto. Dal punto di vista ambientale e paesaggistico occorree che la nuova infrastruttura sia armonizzata con la linea di costa, integrando nel paesaggio gli elementi e naturali e architettonici. Dal punto di vista urbanistico occorre assicurare accessibilità, viabilità, e sistemi di trasporto. Vanno poi coordinati gli elementi idraulici, geologici, ideogeologici. E vanno salvaguardati gli elementi biologici: i fondali, la fauna e la flora.

L’economia del porto turistico si fonda su:

  • servizi alle imbarcazioni: posti barca, cantieri nautici, manutenzione ecc;
  • servizi alle persone : circoli velici, ristoranti, esercizi commerciai, presidio medico, servizi igienici ecc. agenzie nautiche, immobiliari ecc.
  • Il quadro di riferimento istituzionale.

La tipologia del porto turistico in Italia risale alle prime realizzazioni negli anni ’70 del secolo scorso, quando alcuni operatori privati ottengono dall’autorità marittima la concessione pluriennale per lo sfruttamento di specchi d’acqua e delle aree retrostanti.

Il decreto Burlando del 1997 semplifica le procedure di concessione del demanio marittimo, e dà uno slancio al settore. Ma la successiva devoluzione della gestione demaniale introduce nuovi elementi di complessità e di complicazione procedurale, anche perché non sempre i Comuni appaiono attrezzati adeguatamente per esercitare la gestione.

Il riparto istituzionale di competenze in materia di portualità è complesso:

  • Le Regioni sono competenti per le infrastrutture portuali di livello regionali, ed elaborano i Piani per la Portualità turistica;
  • I Comuni amministrano i beni demaniali marittimi;
  • Le Autorità portuali marittime – nei porti dove sono istituite – esercitano le competenze definite dalla legge 84/94.

L’impatto economico e sociale e indubbio, ma pè anche controverso. Il turismo nautico genera un importante valore aggiunto, grazie alle attività economiche relative all’acquisto e manutenzione di natanti da diporto, e grazie all’indotto che alimenta, costituito dall’insieme delle attività turistiche svolte sul mare e sulla costa. L’insieme delle risorse culturali, enogastronomiche, ambientali dell’entroterra possono essere messe in connessione con il turismo della costa, e valorizzate da appropriate strategie di marketing territoriale.

Tuttavia, non di rado la realizzazione del porto turistico è perceipta come una minaccia, incontrando la reazione di comitati locali sensibili a problematiche di impatto ambientale e a valutazioni diverse circa l’equilibrio accettabile di interessi pubblici e privati che ruotano attorno al progetto.

Dal punto di vista dell’impresa economica, il progetto portuale turistico è realizzato da soggetti privati, pubblici, o da soggetti misti pubblico-privati, in relazione ad una concessione a titolo oneroso che ha una durata determinata. Il progetto persegue la redditività, e può essere finanziato in modalità di project financing. Ma, accanto al ritorno economico dell’impresa, anche il più vasto ritorno sociale, cioè in termini di ricadute positive sul territorio, costituisce un elemento di valutazione imprescindibile nel processo di formazione delle decisioni dei soggetti coinvolti: non solo dei soggetti titolari dell’interesse pubblico, ma anche dei soggetti privati cui preme evidenziare anche l’impatto sociale positivo, e che devono comunque gestire i costi dell’incertezza della realizzazione del progetto.

Il progetto economico del porto si confronta con diversi pesi e variabili di rischio: oneri concessori, alti costi di manutenzione delle strutture, oneri di ripristino al termine del periodo di concessione. Di tutte queste variabili va tenuta una attenta previsione, in mancanza di cui le difficoltà di gestione inevitabilmente condurranno al degrado della infrastruttura portuale.

I capitali privati si indirizzeranno maggiormente laddove si ralizzano condizioni per un piè alto di ritorno economico: grandi porti d’armamento, porti di transito a tariffe alte.

I capitali pubblici quindi saranno necessari in aree meno favorite, dove l’infrastruttura portuale può comunque fare da volano ad altri investimenti e sviluppo locale.

Gli elementi tecnici del progetto:

  • opere marittime di difesa e protezione dello specchio acqueo;
  • marginamenti dello specchio acqueo
  • pontili e sistemi di ormeggio delle imbarcazioni
  • servizi alle imbarcazioni
  • servizi alle persone
  • impianti tecnologici e sistemi di allarme e sicurezza
  • accessi, viabilità, parcheggi.

(1) Porti Turistici. Approccio multidisciplinare per una strategia progettuale integrata (a cura di Paolo Viola e Emanuele Colombo), 2010.

Regione Toscana: 130 Mln per l’ecoinnovazione delle imprese

 

La Regione Toscana ha deciso che lo sforzo finanziario che sosterrà nell’ambito della programmazione dei fondi comunitari 2014-2020 in campo energetico sarà principalmente rivolto al sistema delle imprese.

L’obiettivo principale è infatti l’efficientamento energetico delle imprese e delle aree produttive sia nelle strutture entro cui si svolge l’attività economica e produttiva, sia nei processi produttivi. In particolare, attraverso l’emanazione di bandi saranno destinati 130 milioni di euro a due tipologie di interventi:
1. Interventi di efficientamento energetico degli immobili che sono sedi di imprese.
2. Interventi di efficientamento energetico dei processi produttivi. Gli interventi ammissibili riguardano in particolare operazioni di risparmio, riduzione, stabilizzazione della crescita dei consumi energetici e per la razionalizzazione degli usi finali delle imprese.

Gli interventi potranno riguardare, a titolo esemplificativo:
Recupero di calore di processo da forni, cogenerazioni, ecc.
Coibentazioni compatibili coi processi produttivi;
Modifiche impianti produttivi con interventi molto specifici di riduzione dei consumi energetici;
Automazione e regolazione degli impianti di produzione;
Movimentazione elettrica, motori elettrici;
Accumulo, riciclo, e recupero acqua di processo
Rifasamento elettrico.

La Regione Toscana ha ritenuto opportuno avviare i suddetti interventi di efficientamento energetico delle imprese con gestione in anticipazione del POR FESR 2014-2020, stanziando su questa linea d’intervento 3 milioni di euro sul bilancio 2015. Per l’attuazione dei suddetti interventi l’emanazione dei primi bandi avverrà entro  il 2014. Per questo è in corso di approvazione la DGR che approva i criteri ai sensi della decisione n. 4 del 7 aprile 2014 gli elementi essenziali relativi ai bandi di gara per gli aiuti alle imprese per progetti di efficientamento energetico.

Credito di imposta per Ricerca & Innovazione rientra nella legge di stabilità

 

La legge di stabilità in preparazione conterrà norme in materia di credito di imposta per ricerca e sviluppo, già introdotto dal Decreto Destinazione Italia (D.L. 145/13).

La bozza della misura prevede crediti di imposta a decorrere dal 1° gennaio 2015 fino al 31 dicembre 2019, per 500 Milioni annui.
L’intervento interesserebbe anche le imprese con fatturato superiore a 500 milioni (a differenza del Destinazione Italia).
Il beneficio potrebbe arrivare al 50%.

Per usufruire del bonus le imprese devono investire in ricerca e sviluppo almeno 50.000 euro in ciascuno dei periodi di imposta.
Tra le attività ammissibili (creazione di nuovi brevetti inclusa):
a) lavori sperimentali o teorici (ricerca di base)
b) ricerca pianificata o indagini critiche miranti ad acquisire nuove conoscenze, da utilizzare per mettere a punto nuovi prodotti, processi o servizi o permettere un miglioramento dei prodotti, processi o servizi esistenti ovvero la creazione di componenti di sistemi complessi, necessaria per la ricerca industriale (ricerca applicata);
c) acquisizione, combinazione, strutturazione e utilizzo delle conoscenze e capacita’ esistenti di natura scientifica, tecnologica e commerciale allo scopo di produrre piani, progetti o disegni per prodotti, processi o servizi nuovi, modificati o migliorati. Puo’ trattarsi anche di altre attivita’ destinate alla definizione concettuale, alla pianificazione e alla documentazione concernenti nuovi prodotti, processi e servizi; tali attivita’ possono comprendere l’elaborazione di progetti, disegni, piani e altra documentazione, purche’ non siano destinati a uso commerciale; realizzazione di prototipi utilizzabili per scopi commerciali e di progetti pilota destinati a esperimenti tecnologici o commerciali (sviluppo)
d) produzione e collaudo di prodotti, processi e servizi, a condizione che non siano impiegati o trasformati in vista di applicazioni industriali o per finalita’ commerciali.

Se verrà riconfermato, per il resto, l’impianto del D.L. 143/2013, ai fini della determinazione del credito d’imposta saranno ammissibili le spese relative a:
a) personale impiegato nelle attivita’ di ricerca e sviluppo;
b) quote di ammortamento delle spese di acquisizione o utilizzazione di strumenti e attrezzature di laboratorio,
c) costi della ricerca svolta in collaborazione con le Universita’ e gli organismi di ricerca (o presso gli stessi), quella contrattuale, le competenze tecniche e i brevetti, acquisiti o ottenuti in licenza da fonti esterne.
Il credito d’imposta non concorre alla formazione del reddito, ne’ della base imponibile dell’imposta regionale sulle attivita’ produttive.